LA CRITICA

  • "La pittura è già tutta nella pittura, non altrove"

                 (M. Goldin, Scrivere di pittura. Artisti italiani del Novecento, Venezia 1997, p. 6).

              Barbara Rotundo

 

La parola nel tentare di spiegare, o semplicemente di descrivere, un'opera visiva verifica i propri limiti. La creazione artistica, riuscendo a conciliare elementi e percezioni inconciliabili, attinge alle categorie del "magico" e del "miracoloso"; pertanto, dare atto di come l'arte si compia non può che essere riduttivo. Le mie parole "smozzicate" non avranno altra pretesa che quella di partecipare l'emozione che in me suscitano le tele di Celi. La sua pittura lega a sé l'osservatore, invitandolo a intraprendere un viaggio che dalle realtà più abituali lo conduce per gradi, senza che quasi se ne accorga, al di là del fenomenico. L'artista, attraverso un percorso difficile e tortuoso, ha elaborato una sua forma artistica personale, espressione di un mondo interiore sensibile e vibrante. Dagli inizi incentrati sull'osservazione della sua terra d'origine, dopo una lunga pausa, è pervenuto ad una pittura non più chiusa negli angusti confini regionali, rappresentando paesaggi non fisici ma dell'anima. I confronti più immediati per la pittura di Celi si possono trovare nel realismo di Antonio Garcìa Lopez, di Andrew Wyeth e Lucian Freud e nell'immagine bloccata di Gianfranco Ferroni. Le sue ultime opere, che si articolano in nature morte e vedute paesaggistiche, sono caratterizzate da un linguaggio nitido, esatto, da sicurezza e padronanza nell'uso degli strumenti pittorici. Celi decodifica la realtà lontano dai rumori del mondo, appartato nel silenzio del suo studio che diventa l'orizzonte entro cui si muove la sua pittura Nelle tele il reale si spoglia di ogni clamore e ritrova un'atmosfera riservata e intimista tra oggetti consueti e confidenziali. La scelta di uno spazio circoscritto e limitato non soffoca la sua arte che, anzi, nel cogliere oggetti prosaici e impoetici, secondo una concezione classicheggiante dell'arte, si carica di significati ulteriori. La tensione descrittiva e la volontà di determinazione plastica degli elementi all'interno di una salda costruzione prospettica connotano l'iper-percettività della visione realistica dell'artista, il cui sguardo, distolto dalla contemplazione di spazi macroscopici, guadagna nella percezione del particolare. Ma è proprio l'approccio iper-percettivo che svela gli aspetti più inquietanti del reale; quanto più attenta e puntuale è l'analisi descrittiva tanto più sfuggente è la significanza della rappresentazione. L'accumulo di particolari evidenzia paradossalmente l'evanescenza degli oggetti rappresentati che, decontestualizzati e sconnessi, diventano simbolo di una realtà indecifrabile, chiusa nella sua incomunicabilità. L'intenzionale giustapposizione di oggetti appartenenti a diverse sfere della quotidianità comporta, inoltre, la defunzionalizzazione di ogni singolo elemento scarnificato e ridotto alla sua pura esistenza. L'osservatore è volutamente posto in una irrisolta ambiguità: disorientato dall'accostamento inusuale degli elementi compositivi è, allo stesso tempo, rassicurato dalla familiarità degli oggetti rappresentati e dalle tonalità non aggressive della tavolozza. Laddove si scontrano elementi diversi e contraddittori, senza un terreno solido su cui poggiare i piedi, scaturisce improvvisa l'emozione e l'arte può operare il miracolo L'operazione pittorica supera l'estraneamente, ricomponendo ciò che la realtà scompone. Il rigoroso ritmo compositivo, in un ritrovato equilibrio tra vuoti e pieni, restituisce unitarietà alla realtà frantumata. Gli oggetti rappresentati (la macchina da scrivere, la macchina fotografica, il telefono, le matite colorate, le lettere accatastate), sebbene siano già di per sé, intrinsecamente, pregni di una forte istanza comunicativa avvertita in tutta la sua urgenza, risultano accidentali, marginali all'emozione che trova il suo canale espressivo nell'insieme compositivo. I paesaggi vivono della stessa tensione spirituale delle nature morte. L'artista ci presenta l'ambiente metropolitano in un istante di rarefatta immobilità, svuotato della sua realtà antropica; il paesaggio urbano si configura, infatti, come una tridimensionale quinta teatrale che, su un palcoscenico disertato da attori, diventa protagonista assoluto della rappresentazione. L'unico segno di vita -vita percepita come movimento- è un'automobile in corsa che, però, spostandosi in direzione contraria al punto di osservazione del quadro, si carica di significati inquietanti, divenendo simbolo del viaggio -che tutta l'umanità compie- verso l'ignoto. Celi, che rivela una sensibilità quasi crepuscolare nel rendere oggetto di rappresentazione artistica i particolari più dimessi e giornalieri, carica sia le nature morte che i frammenti di realtà urbana di una tensione conoscitiva e metafìsica. Interni ed esterni sono investiti da una luminosità translucida che viene configurando un'atmosfera di abbandono delle cose, di sospensione presaga; è questo l'istante della tregua, dell'occasione di percepire, attraverso un improvviso varco nel mondo empirico rappresentato (la montaliana "maglia rotta nella rete"), la verità altra. Ma è solo l'illusione di un momento. La pittura di Celi si nutre di contraddizioni irrisolte tesa nello sforzo di evocare quel momento magico di trasfigurazione è, comunque, consapevole che il momento rappresentato è una pausa che non da nient'altro che l'illusione di cogliere il senso riposto delle cose. L'artista, tuttavia, cosciente dei suoi mezzi espressivi, non si tira indietro e mette in gioco la sua arte, la sua credibilità, pur sapendo che il confronto con la realtà è sempre un rischio. Crede nella pittura non in quanto mezzo per poter giungere alle verità ultime, ma come lavoro paziente, quotidiano che gli consente di attingere a brandelli di senso

 

 

  • "La sfida del quotidiano"

            Alfredo Ruga

Ecco qual'è la difficoltà per un artista che, optando per un'assenza dell'uomo dal suo spazio, deve necessariamente essere figurativo. Il suo punto di vista e di resa formale scaturisce da un'abitudine e una frequentazione con il quotidiano, con ciò che rappresenta. Il suo punto focale non è come il nostro, avvezzi come siamo agli oggetti che ci circondano nella loro semplicità ed essenzialità: uno specchio, un tavolo, una sedia, gli attrezzi del mestiere artistico. Lo sforzo che il pittore compie va al di là delle nostre percezioni e sensazioni, in uno stato di concentrazione e sfida perenne con tutto quello che lo circonda, come un cacciatore che mira ad un mondo fenomenico assolutamente statico e semplice e tuttavia pronto ad eclissarsi. Giuseppe Celi punta su se stesso e la sua capacità d'intelligere il vissuto, il quasi sospeso nell'attesa del momento immediatamente successivo, cerca una sua via iterando nature morte per descrivere con una tavolozza variegata l'assolutezza visiva, pur nella rarefazione di ciò che appare. Celi non vuole essere un fotografo pittorico o un iper-realista. La sua tecnica e le sue tematiche vogliono semplicemente tradurre in un linguaggio consono alle sue esperienze artistiche e culturali la sua chiarezza e la sua onestà intellettuale, rendendo passioni e "visioni", atmosfere e segni con la pittura. Lo spazio a lui familiare, il suo mondo operativo, gli attrezzi propri dell'attività artistica (pennelli, tavolozza. . .), il silenzio-assenza, sono concepiti e costruiti per indicare a noi, spettatori distratti del mondo fenomenico, di cosa necessita all'artista. Si comincia così a comprendere che l'apparente desolazione, l'irruenza del vuoto e del silenzio nello spazio pittorico sono gli elementi essenziali da cui scaturisce l'immagine, nuda, essenziale, senza ulteriori elementi che turberebbero un equilibrio che è già nella realtà che circonda il pittore. C'è tutta una filosofia e una visone delle cose dietro ad ogni soggetto rappresentato, di cui si vuole cogliere l'intima essenza, al di là di una semplice ed illusoria "resa realistica", fedele forse apparentemente come una fotografia. Celi si pone sopra un piano ideale, pone distanze e manifesta una certa propensione al disinteresse e al disincanto, ricorrendo sempre, però, a rigorose composizioni frutto di un'armonia tra icasticità delle visioni, sempre nette, nitide, ritagliate, e l'intimo bisogno di una collocazione assoluta, ordinata, di relazione, tra ciò che appare. Il suo sentire, il suo voler guardare oltre le cose che appaiono, il suo andare oltre il fenomenico lo spingono a mirare agli oggetti e a fissarli sulla tela prima che essi mutino, gli sfuggano, diventino fantasmi, non più evocabili. Ma il tutto si può realizzare a condizione di andare oltre e giocare con l'assenza/presenza, con la luce e i volumi e i toni molteplici prodotti dalla variabilità di essa. Il senso esistenziale ed estetico che traspare dalle opere di Celi, rimanda ad altre lezioni di vita del panorama artistico di tutti i tempi (penso tra tutti a Vermeer). La resa del quotidiano si attua per evocazioni che trovano la loro forma compiuta nel realismo, che però è il mezzo che vuole suggerire un percorso che dal mondo fisico conduca ad una sovraddimensione, alla metafisica. Di essa si coglie una testimonianza, quasi una sorte di reliquia, in alcune opere, come per esempio in quella dove compaiono dei manichini, con un richiamo intimamente sentito a Morandi e Casorati. Giuseppe Celi è un artista figurativo che sa essere se stesso, senza cedere a lusinghe o a mode, ha una sua visione del mondo, una sua coerenza e limpidezza, ma pur tuttavia la sua filosofia e il suo punto d'osservazione del mondo ne fanno una figura enigmatica ed emblematica. L'interesse che suscita nello spettatore è sempre vivo per una curiosità immaginativa che evocano le sue rappresentazioni che, lungi dall'esaurirsi, acquisiscono vigore e nuova vitalità dalla molteplice ed universale varietà del tema di natura morta. Le sue rappresentazioni, dunque, esprimono il paradosso della vita, fatta di mutevolezza e ripetitività, stasi e movimento, squarci di luce e banalità, assenza e presenza, suggestione e sentimento, gioia e sofferenza. Una sorta di commedia (o forse di tragedia) che si svolge sotto i nostri occhi in ogni istante nello spazio circostante e che solo l'artista, un artista come Celi sa essere, senza compromessi, ci rende intelligibile e vero.

 

  • "Un pittore mediterraneo"

             Alfredo Ruga

 

Non è certo facile, per non dire impossibile, nel presentare un artista calabrese e mediterraneo come Giuseppe Celi, non enucleare due componenti intime dell'artista : da una parte la sua abilità schiva e indolente rispetto al susseguirsi di correnti e tendenze ; dall'altra la fonte del suo linguaggio espressivo che affonda le sue radici - fin nell'intimo - nei fasti e trionfi della pittura, quella vera, che il panorama dell'arte di fine Ottocento e di questo "tormentato" Novecento ci ha regalato. Penso, come genitori-guida di questa pittura ben meditata e di ampio respiro, non angusta e di getto, a maestri come  Mancini, Boldini, Casorati, Morandi, Vespignani, Biasion, tanto per citarne alcuni. Dietro alla solidità delle origini artistiche del Celi si scorgono la classicità e la profondità dello studio, mirato ad attingere, con oculatezza e fine sensibilità dalle esperienze artistiche del passato, una possibilità espressiva molteplice, un vocabolario di segni, pennellate, tocchi di luce e scale tonali per dare corpo e realtà alla sua creatività difficile e raffinata. Per fare questo Celi ha avuto il coraggio di saper guardare più a nord della sua terra, che è poi in definitiva il mondo dominante in gran parte delle sue opere. Per il suo carattere, fatto di tenacia e amore per la sua arte, più che per il successo, ha voluto giovarsi, come ben sottolinea Renzo Biasion, non "degli esempi facili e vicini della pittura meridionale, che egli, probabilmente sente troppo ricca, troppo sontuosa", bensì di nordiche "interpretazioni più scarne, più nuove e attuali anche se non dimentiche dell'antico". Così oggi Celi è un cosmo da scoprire ed esplorare, che si offre con qualità, possibilità espressive non puramente descrittive, con un impegno morale e civile nella sua arte che ormai segue un percorso di vari decenni. Da quest'ultimo aspetto, legato com'è all'esplorazione discreta e senza particolari inutili di paesaggi veri, semplici, in cui la presenza umana è suggerita, assente da solo un istante, ci si può rendere conto che Celi è umanamente e artisticamente completo, con una malcelata malinconia che nasce dall'unione di dolore e bellezza e dalla sua prorompente voglia di dire, con mezzi via via più affinati e colti.

  • "Il realismo poetico di Giuseppe Celi"

              Domenico Guzzi

Nell'inquietudine culturale del nostro tempo, gli esiti dei lavori più recenti di Giuseppe Celi sono la sigla di un inesauribile cercare e del desiderio di affacciarsi per vedere ancora, non per essere visto, per contemplare il silenzio, essere assorbito dalla luce e dallo spazio.

Schierato dalla parte della pittura, se oggi Celi vive in un terreno libero è perché ha provato l'impatto forte con le vicende artistiche contemporanee, senza scansarle, senza fingere che non esistessero.

Ha attraversato molti problemi, di linguaggio e di coscienza, con il coraggio di confrontarsi senza sosta con l'esattezza e l'infinitezza del mondo e con l'inviolato spazio dell'interiorità. Non ha mai tralasciato nulla che potesse condurlo ad una nuova meta: ha dialogato con Vermeer come con Vespignani, con Tiepolo come con Antonio Lopez Garcia, con Gianfranco Ferroni, Andrew Wyeth e con pochi compagni di strada calabresi, costruendo un proprio alfabeto, senza accontentarsi mai del risultato raggiunto o cedere all'utilizzo di una formula pur pregevole. Da tempo avrebbe potuto chiudersi dentro un teorema ben costruito e risolto: eppure mette ogni giorno in gioco tutta la sua credibilità, cercando la soluzione di un mistero, sapendo che mai riuscirà a scoprirlo, accontentandosi di strappare brandelli alla verità, non mirando al tutto ma ad una parte di quel tutto. Crede alla pittura come ad un lavoro, una lenta applicazione quotidiana. Ha dichiarato recentemente Piero Guccione: «Mi ritrovo nel piccolo universo della pittura dipinta - Dipingo - MI piace farlo, lo faccio con grande passione. Non posso fare altro, non so fare altro. Lo so, la pittura è senza futuro, ma io le dedico lo stesso la mia vita».

Così per Celi, un pittore che desidera solo dipingere come atto estremo di conoscenza: non si cura di essere solo, di vivere appartato o in una condizione di resistenza spirituale. Sente piuttosto la fiducia di coloro che guardano alla sua opera come ad una quotidiana rivelazione, come ad una continua scoperta. Sa che la pittura cresce lentamente, che molte cose vengono prima della pittura, ma che in essa, infine tutto si ricompone. Ed ecco che dalle tele affiora la vita quotidiana, una situazione della strada o di un interno, oggetti nello studio o frammenti di ambienti familiari, tracce del tempo sulle cose e nell'anima. Giuseppe Celi, muovendo dai silenzi ermetici e dalle sibilline assenze morandiane, nel cerchio magico della finzione pittorica, ritrova l'atmosfera intimista e riservata della casa, della famiglia. E la casa di un uomo è abitata dalla sua poesia.